Pubblico anche sul blog i miei appunti sull'intervento che ho svolto ieri all'iniziativa:IL LAVORO. LE RIFORME
CASA DEI POPOLI
VIA CIMAROSA 107 CASALECCHIO DI RENO
LUNEDI' 27 FEBBRAIO 2012, ORE 21,00
CON RITA GHEDINI (SENATRICE PARTITO DEMOCRATICO. COMMISSIONE LAVORO E PREVIDENZA SOCIALE); MATTIA BAGLIERI (SEGRETARIO PD CASALECCHIO DI RENO); MATTEO RUGGERI (RESPONSABILE LAVORO PD CASALECCHIO)
Questi appunti corrispondono in maniera piuttosto sovrapponibile al mio intervento, ma sono da intendersi, come del resto la loro stessa forma suggerisce, assolutamente frammentari.
Sono molte e complesse le questioni su cui ci si dovrebbe confrontare in questo momento storico, come Partito Democratico di Casalecchio di Reno stiamo seguendo con impegno l’evoluzione politica nazionale alla fine della Seconda Repubblica, e ringrazio in particolare Matteo Ruggeri che nella mia segreteria si occupa di politiche del lavoro per avere organizzato questo incontro. Ringrazio tutti gli intervenuti, i rappresentanti delle forze sindacali e naturalmente l’amica e Senatrice Rita Ghedini.
Questa sera parliamo di lavoro e parliamo di riforme che nel momento attuale sono imprescindibili, anche perché fondamentalmente il Governo precedente – che ha governato per 8 degli ultimi 10 anni – si è limitato a fare l’osservatore, vedendo la crisi passare senza riconoscerla e negando addirittura la sua esistenza. Come ha sostenuto Pier Luigi Bersani l’altra sera in un gremito Teatro Manzoni, siamo passati da un’opinione pubblica interessata soltanto a ricchi premi e cotillon, a parlare finalmente dei temi che interessano le vite dei cittadini. Questo è senz’altro un successo del Governo di Transizione che il Partito Democratico ha contribuito a formare e che ora sostiene, pur con quell’atteggiamento propositivo e quello sguardo critico che esso deve mantenere perché fondamentalmente questo Governo attua politiche non propriamente aderenti a quello che è il programma del PD.
Lo scenario politico attuale. Dico due cose, dal momento che mi è stato chiesto, sull’attuale situazione politica. Il Governo Monti ha il compito di gestire l’emergenza, ma al contempo confonde il quadro politico perché di fatto si è segnata una vera e propria cesura con il passato: anche l’attuale sistema dei partiti uscirà notevolmente trasformato sa questa esperienza sia sotto il profilo identitario sia sotto il segno delle alleanze che caratterizzeranno il Dopo Monti. Di fatto le alternative sono due, semplificando con l’accetta: o la formazione di un centro che faccia da polo attrattivo di un Governo modello-tecnico (un centro però non più esclusivamente democristiano: fattore FINI!), oppure una tendenza più di centrosinistra in cui il PD svolga un ruolo di traino a sua volta capace di attrarre formazioni che si collocano al centro e alla sua sinistra. In questo caso il programma dovrebbe rappresentare una discontinuità con il passato berlusconiano, ma anche con un Governo tecnico, accademico, un po’ lontano dal vivere quotidiano delle persone, ma anche dal modello di welfare europeo e più attento alle esigenze dei mercati. (Attenzione: Bersani anche l’altro giorno sottolineava che anche la partita pensioni non è chiusa: quanti senza tutele? Extra50?)
In questa seconda prospettiva molti di noi si riconoscono ed in tal senso orientano la propria azione politica quotidiana.
Dal punto di vista identitario, dopo le recenti interviste di Walter Veltroni a Repubblica e dall’Annunziata, si è aperto un dibattito a tratti aspro. Eppure questo non deve farci paura: siamo gli unici che discutono. Tutte le opinioni sono legittime se rispondiamo al vincolo unitario. Ed è positivo se si passa da una fase più personalistica, più correntistica, ad un dibattito sulle idee. D’altro canto tutti i partiti progressisti europei hanno solitamente un’area più liberale ed un’area più laburista. Si tratta di vedere dove sta la maggioranza e di trovare una sintesi come si confà ad un grande partito di governo.
Parlare di lavoro significa discutere di un campo più che economico, ma proprio sociale e culturale, se è vero che il lavoro è un aspetto prezioso ed imprescindibile della vita umana, è autoevidente che esso nobilita l’uomo, che è per lui una vera e propria medicina!

Non entrerò, se non marginalmente, nel dettaglio delle proposte del Partito Democratico su cui la nostra relatrice parlerà più diffusamente, anche andando ad analizzare l’iter legislativo sia delle proposte del PD sia dei progetti del Governo, ma mi sono interrogato su alcuni concetti fondamentali negli ultimi giorni e spero di porre alcuni interrogativi.
Partire da un “diritto educativo” anziché recessivo. Anzitutto, quando parliamo di riforma del mercato del lavoro, di riforma degli ammortizzatori sociali e di riforma previdenziale noi abbiamo a che fare con il concetto di “diritto”. Leggevo qualche giorno fa l’ultimo libro del filosofo della politica Paolo Prodi “Una storia della giustizia”. Prodi sottolinea come nell’età della globalizzazione, alla fine dell’età delle ideologie monolitiche, ortodosse, che caratterizzava il Ventesimo secolo, lo Stato contemporaneo fatica talmente tanto a mantenere intatte le sue quote di sovranità, che la tendenza in atto va in Occidente, nel senso di una riduzione dei diritti individuali, di una erosione del foro interno che deve essere combattuta da forze politiche che si dicono riformiste e che hanno nel lavoro e nel sociale – come sempre sottolineava Bersani pochi giorni fa – i loro fari di orientamento. Oggi su questi temi è necessario trovare un compromesso, è necessario confrontarsi in vista dell’estensione dei diritti, non della loro riduzione. Il compromesso tra le forze politiche e tra le parti deve cercare di tendere alla virtuosità, no a compromessi al ribasso!
Ecco allora che la funzione fondamentale del diritto non sarà quelle di fotografare la realtà così com’è, in un difficile momento di congiuntura economica in cui i salari sono bassi, il potere di acquisto diminuisce, un giovane su tre è disoccupato, le donne scontano i prezzi più alti di questa crisi. Altrimenti un diritto che fotografa semplicemente la realtà replicherà soltanto quelle diseguaglianze sociali che hanno determinato la crisi. Noi dobbiamo avere in testa una logica redistributiva: il diritto del lavoro deve porre dei paletti e dire: “al di sotto di qui non si scende”, deve indicare una direzione, deve essere un traino per scoraggiare le imprese a fomentare diseguaglianze in termini di partecipazione progettuale, in termini salariali, da lavoratore a lavoratore. Quindi no ad un diritto recessivo, sì ad un diritto “educativo” che ci conduca fuori da una condizione di confusione crescente.
La situazione del lavoro in Italia è oggi caratterizzata da una giungla contrattuale che divide in due la popolazione che lavora, 48 contratti, ovvero fattispecie legali di prestazione lavorativa ci dice l’Istat, enormi cambiamenti dovuti all’innovazione tecnologica, internazionalizzazione: positiva e negativa, negativa la delocalizzazione che punta al social dumping: v. OMSA, rischio di un futuro strutturalmente precarizzato in cui rischiano di rimanere confinate intere generazioni di lavoratori. Per non dire del sommerso.
Quanto è già eluso l’art. 18? Quanti del tutto privi di copertura di un contratto collettivo? Estendere le tutele alle piccole imprese. Iniquità generazionale + contesto di strutturale iniquità del mercato del lavoro, donne, storicamente penalizzate, problema del difficile adattamento delle retribuzioni: uguali a quindici anni fa.
Proposte: Treu-Damiano; Nerozzi-Boeri-Garibaldi; Ichino (più blande tutele contro il licenziamento)
Contratto unico di inserimento: Paolo Nerozzi-Boeri-Garibaldi: fase di ingresso + fase di stabilità.
Contenuto economico minimo della prestazione lavorativa.
De-ideologizzare i grandi temi del lavoro. L’altra parola d’ordine di oggi è quella di de-ideologizzare le grandi questioni riguardanti il lavoro. Da un’arena fatta di avversari dobbiamo tirar fuori un nuovo modello cooperativo, in cui in Emilia-Romagna abbiamo tanto da insegnare.
C’è necessità di mutua responsabilizzazione: intergenerazionale, tra aree del paese, tra ceti produttivi.
Ecco perché credo vadano fortemente deplorati atti tesi ad acuire le tensioni come l’episodio dell’Unità tolta dalle bacheche dei lavoratori della Magneti Marelli, o come la non rappresentanza in seno ai tavoli di trattative aziendali della Fiom laddove essa non firmi il contratto aziendale. (Gli episodi degli ultimi giorni sono innumerevoli: la Marcegaglia che dice che i sindacati tutelano soltanto i fannulloni e i ladri, la Cancellieri che sostiene che gli italiani vogliono il lavoro vicino a mamma e papà, e così via…). C’è una riduzione della democrazia in azienda quando si risponde a logiche esclusive, quando si parla di lavoro non possiamo mandare il bambino monello fuori dalla porta! Soprattutto quando stiamo parlando di sindacati con altissimo consenso tra i lavoratori. Se un così alto numero di persone la pensano diversamente dal modello imprenditoriale o dalla maggioranza dovremmo pure farci delle domande.
Eppure, anche da parte delle forze sindacali si deve ricercare un clima viepiù dialogante ed abbandonare logiche ideologiche che ancora spesso vengono espresse. Quanti sindacati rimangono fuori dalla rappresentanza e dai tavoli di trattativa? Da veri liberali anche su questo ci dovremmo interrogare.
La questione “giovani”. I giovani, insieme agli over-50 colpiti dalla recente riforma delle pensioni dimostrano chiaramente che il problema non è uscire dal mondo del lavoro, ma entrare nel mondo del lavoro. Quindi no a flessibilità in uscita.
Problema della parametrazione salariale. Un’ora di lavoro precario deve costare di più di un’ora di lavoro stabile: a stessa mansione deve corrispondere stessa retribuzione.
Necessità di rendere meno estensivo il ricorso ai contratti a termine. Per riequilibrare questa distorsione si impone dunque un intervento legislativo che recuperi il carattere di transitorietà ed eccezionalità di tale strumento contrattuale.
Scoraggiare l’utilizzo improprio delle forme più flessibili. No a parole, sì a diritti. Problema delle pensioni, che per i giovani sembra sempre un problema lontano, ma il versamento dei contributi previdenziali è importante! E lo dimostra la recente riforma.
Quando parliamo di lavoro e giovani, parliamo di un rapporto imprescindibile: quello tra qualifiche formative e richieste di specifiche competenze da parte del mercato del lavoro.
Non è perché tutti si studia che tutti si accumula poi una gran professionalità. Ci vuole del tempo per imparare a lavorare.
Dobbiamo ammettere che in tutt’Europa, ma in particolare in Italia l’incontro tra l’uscita dalla formazione e l’entrata nel mercato del lavoro spesso non ha funzionato. Certo ci sono buoni esperimenti come quello di Alma Laurea diretto da Cammelli che illustrano – tra gli altri servizi – quali probabilità ci sono di venire impiegati a determinati lassi temporali dalla laurea, ma progetti come questi non devono essere relegati a siti internet, ma devono entrare tra le competenze del servizio pubblico in maniera molto più capillare e puntuale. La monitorizzazione deve essere continua e non riguardare soltanto le facoltà universitarie, ma anche la formazione superiore. Guardate che il problema è reale e non tocca soltanto le facoltà umanistiche: si pensi a scienze della comunicazione su cui tutti puntavano soltanto alcuni anni fa e nella cui occupabilità post-laurea invece c’è un vero e proprio ristagno; ma anche le facoltà tecnico-scientifiche hanno dei lack da questo punto di vista: ingegneria ambientale, biotecnologie. Laddove magari c’è una grande richiesta di competenza in biotecnologie veterinarie, ma questo un ragazzo che sta finendo le superiori spesso non lo sa ed i dati sono di difficile lettura. Insomma questa ricerca sugli incroci tra domanda e offerta deve essere più puntuale e costante nel tempo.
Poi c’è un problema di “portabilità delle qualifiche” (Direzione generale Educazione dell’Unione Europea così la definisce), ci sono sistemi che spesso non si parlano tra loro all’interno del paese, un esempio è quello dei Centri per l’impiego. L’Italia non si è neppure adeguata alle direttive europee sugli European Qualifications Framework che sono dei quadri relativi all’equipollenza delle qualifiche del sistema formale, non formale e dell’apprendimento permanente. L’esempio è quello dell’operatore sanitario che fatica a portarsi dietro le sue qualifiche pratiche nel caso del sistema formativo formale di carattere universitario, per esempio se e quando vuole diventare infermiere. L’Italia ha un grosso problema di riconoscimento del sapere antecedente.
Per non dire degli stage truffa, laddove invece lo stage dovrebbe essere realmente qualificante e in quel modo si dovrebbe conoscere un ambiente di lavoro, le modalità attraverso cui un mestiere deve essere svolto… Quante volte le nostre Università hanno soprattutto agli ultimi anni dei corsi di “avviamento alla professione”? Quei corsi 1) dovrebbero essere obbligatori in tutti i corsi di laurea, poi naturalmente la professione cambierà volta per volta e 2) non dovrebbero essere sostituiti da corsi seminariali con crediti formativi equivalenti che dell’orientamento al lavoro non hanno nulla… Questi corsi e tirocini universitari funzionano molto bene nelle facoltà tecnico-scientifiche in cui si imparano a conoscere realtà aziendali, mentre funzionano con scarsi risultati in altre facoltà, come quelle umanistiche e sociali. Dobbiamo anche contribuire a favorire stage nelle piccole imprese, non solo nelle grandi imprese. Molte piccole imprese hanno molto lavoro, ma poca manodopera!
Sull’associazione in partecipazione, altro contratto tipico molto rischioso in cui i giovani incappano, la Fornero negli ultimi giorni si è detta disponibile ad una revisione, che dire? La speranza è l’ultima a morire.







