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martedì 28 febbraio 2012

Il lavoro. Le riforme

Pubblico anche sul blog i miei appunti sull'intervento che ho svolto ieri all'iniziativa:

IL LAVORO. LE RIFORME
CASA DEI POPOLI
VIA CIMAROSA 107 CASALECCHIO DI RENO
LUNEDI' 27 FEBBRAIO 2012, ORE 21,00
CON RITA GHEDINI (SENATRICE PARTITO DEMOCRATICO. COMMISSIONE LAVORO E PREVIDENZA SOCIALE); MATTIA BAGLIERI (SEGRETARIO PD CASALECCHIO DI RENO); MATTEO RUGGERI (RESPONSABILE LAVORO PD CASALECCHIO)


Questi appunti corrispondono in maniera piuttosto sovrapponibile al mio intervento, ma sono da intendersi, come del resto la loro stessa forma suggerisce, assolutamente frammentari.


Sono molte e complesse le questioni su cui ci si dovrebbe confrontare in questo momento storico, come Partito Democratico di Casalecchio di Reno stiamo seguendo con impegno l’evoluzione politica nazionale alla fine della Seconda Repubblica, e ringrazio in particolare Matteo Ruggeri che nella mia segreteria si occupa di politiche del lavoro per avere organizzato questo incontro. Ringrazio tutti gli intervenuti, i rappresentanti delle forze sindacali e naturalmente l’amica e Senatrice Rita Ghedini.

Questa sera parliamo di lavoro e parliamo di riforme che nel momento attuale sono imprescindibili, anche perché fondamentalmente il Governo precedente – che ha governato per 8 degli ultimi 10 anni – si è limitato a fare l’osservatore, vedendo la crisi passare senza riconoscerla e negando addirittura la sua esistenza. Come ha sostenuto Pier Luigi Bersani l’altra sera in un gremito Teatro Manzoni, siamo passati da un’opinione pubblica interessata soltanto a ricchi premi e cotillon, a parlare finalmente dei temi che interessano le vite dei cittadini. Questo è senz’altro un successo del Governo di Transizione che il Partito Democratico ha contribuito a formare e che ora sostiene, pur con quell’atteggiamento propositivo e quello sguardo critico che esso deve mantenere perché fondamentalmente questo Governo attua politiche non propriamente aderenti a quello che è il programma del PD.

Lo scenario politico attuale. Dico due cose, dal momento che mi è stato chiesto, sull’attuale situazione politica. Il Governo Monti ha il compito di gestire l’emergenza, ma al contempo confonde il quadro politico perché di fatto si è segnata una vera e propria cesura con il passato: anche l’attuale sistema dei partiti uscirà notevolmente trasformato sa questa esperienza sia sotto il profilo identitario sia sotto il segno delle alleanze che caratterizzeranno il Dopo Monti. Di fatto le alternative sono due, semplificando con l’accetta: o la formazione di un centro che faccia da polo attrattivo di un Governo modello-tecnico (un centro però non più esclusivamente democristiano: fattore FINI!), oppure una tendenza più di centrosinistra in cui il PD svolga un ruolo di traino a sua volta capace di attrarre formazioni che si collocano al centro e alla sua sinistra. In questo caso il programma dovrebbe rappresentare una discontinuità con il passato berlusconiano, ma anche con un Governo tecnico, accademico, un po’ lontano dal vivere quotidiano delle persone, ma anche dal modello di welfare europeo e più attento alle esigenze dei mercati. (Attenzione: Bersani anche l’altro giorno sottolineava che anche la partita pensioni non è chiusa: quanti senza tutele? Extra50?)

In questa seconda prospettiva molti di noi si riconoscono ed in tal senso orientano la propria azione politica quotidiana.

Dal punto di vista identitario, dopo le recenti interviste di Walter Veltroni a Repubblica e dall’Annunziata, si è aperto un dibattito a tratti aspro. Eppure questo non deve farci paura: siamo gli unici che discutono. Tutte le opinioni sono legittime se rispondiamo al vincolo unitario. Ed è positivo se si passa da una fase più personalistica, più correntistica, ad un dibattito sulle idee. D’altro canto tutti i partiti progressisti europei hanno solitamente un’area più liberale ed un’area più laburista. Si tratta di vedere dove sta la maggioranza e di trovare una sintesi come si confà ad un grande partito di governo.

Parlare di lavoro significa discutere di un campo più che economico, ma proprio sociale e culturale, se è vero che il lavoro è un aspetto prezioso ed imprescindibile della vita umana, è autoevidente che esso nobilita l’uomo, che è per lui una vera e propria medicina!

Non entrerò, se non marginalmente, nel dettaglio delle proposte del Partito Democratico su cui la nostra relatrice parlerà più diffusamente, anche andando ad analizzare l’iter legislativo sia delle proposte del PD sia dei progetti del Governo, ma mi sono interrogato su alcuni concetti fondamentali negli ultimi giorni e spero di porre alcuni interrogativi.

Partire da un “diritto educativo” anziché recessivo. Anzitutto, quando parliamo di riforma del mercato del lavoro, di riforma degli ammortizzatori sociali e di riforma previdenziale noi abbiamo a che fare con il concetto di “diritto”. Leggevo qualche giorno fa l’ultimo libro del filosofo della politica Paolo Prodi “Una storia della giustizia”. Prodi sottolinea come nell’età della globalizzazione, alla fine dell’età delle ideologie monolitiche, ortodosse, che caratterizzava il Ventesimo secolo, lo Stato contemporaneo fatica talmente tanto a mantenere intatte le sue quote di sovranità, che la tendenza in atto va in Occidente, nel senso di una riduzione dei diritti individuali, di una erosione del foro interno che deve essere combattuta da forze politiche che si dicono riformiste e che hanno nel lavoro e nel sociale – come sempre sottolineava Bersani pochi giorni fa – i loro fari di orientamento. Oggi su questi temi è necessario trovare un compromesso, è necessario confrontarsi in vista dell’estensione dei diritti, non della loro riduzione. Il compromesso tra le forze politiche e tra le parti deve cercare di tendere alla virtuosità, no a compromessi al ribasso!

Ecco allora che la funzione fondamentale del diritto non sarà quelle di fotografare la realtà così com’è, in un difficile momento di congiuntura economica in cui i salari sono bassi, il potere di acquisto diminuisce, un giovane su tre è disoccupato, le donne scontano i prezzi più alti di questa crisi. Altrimenti un diritto che fotografa semplicemente la realtà replicherà soltanto quelle diseguaglianze sociali che hanno determinato la crisi. Noi dobbiamo avere in testa una logica redistributiva: il diritto del lavoro deve porre dei paletti e dire: “al di sotto di qui non si scende”, deve indicare una direzione, deve essere un traino per scoraggiare le imprese a fomentare diseguaglianze in termini di partecipazione progettuale, in termini salariali, da lavoratore a lavoratore. Quindi no ad un diritto recessivo, sì ad un diritto “educativo” che ci conduca fuori da una condizione di confusione crescente.

La situazione del lavoro in Italia è oggi caratterizzata da una giungla contrattuale che divide in due la popolazione che lavora, 48 contratti, ovvero fattispecie legali di prestazione lavorativa ci dice l’Istat, enormi cambiamenti dovuti all’innovazione tecnologica, internazionalizzazione: positiva e negativa, negativa la delocalizzazione che punta al social dumping: v. OMSA, rischio di un futuro strutturalmente precarizzato in cui rischiano di rimanere confinate intere generazioni di lavoratori. Per non dire del sommerso.

Quanto è già eluso l’art. 18? Quanti del tutto privi di copertura di un contratto collettivo? Estendere le tutele alle piccole imprese. Iniquità generazionale + contesto di strutturale iniquità del mercato del lavoro, donne, storicamente penalizzate, problema del difficile adattamento delle retribuzioni: uguali a quindici anni fa.

Proposte: Treu-Damiano; Nerozzi-Boeri-Garibaldi; Ichino (più blande tutele contro il licenziamento)

Contratto unico di inserimento: Paolo Nerozzi-Boeri-Garibaldi: fase di ingresso + fase di stabilità.

Contenuto economico minimo della prestazione lavorativa.

De-ideologizzare i grandi temi del lavoro.
L’altra parola d’ordine di oggi è quella di de-ideologizzare le grandi questioni riguardanti il lavoro. Da un’arena fatta di avversari dobbiamo tirar fuori un nuovo modello cooperativo, in cui in Emilia-Romagna abbiamo tanto da insegnare.

C’è necessità di mutua responsabilizzazione: intergenerazionale, tra aree del paese, tra ceti produttivi.

Ecco perché credo vadano fortemente deplorati atti tesi ad acuire le tensioni come l’episodio dell’Unità tolta dalle bacheche dei lavoratori della Magneti Marelli, o come la non rappresentanza in seno ai tavoli di trattative aziendali della Fiom laddove essa non firmi il contratto aziendale. (Gli episodi degli ultimi giorni sono innumerevoli: la Marcegaglia che dice che i sindacati tutelano soltanto i fannulloni e i ladri, la Cancellieri che sostiene che gli italiani vogliono il lavoro vicino a mamma e papà, e così via…). C’è una riduzione della democrazia in azienda quando si risponde a logiche esclusive, quando si parla di lavoro non possiamo mandare il bambino monello fuori dalla porta! Soprattutto quando stiamo parlando di sindacati con altissimo consenso tra i lavoratori. Se un così alto numero di persone la pensano diversamente dal modello imprenditoriale o dalla maggioranza dovremmo pure farci delle domande.

Eppure, anche da parte delle forze sindacali si deve ricercare un clima viepiù dialogante ed abbandonare logiche ideologiche che ancora spesso vengono espresse. Quanti sindacati rimangono fuori dalla rappresentanza e dai tavoli di trattativa? Da veri liberali anche su questo ci dovremmo interrogare.

La questione “giovani”. I giovani, insieme agli over-50 colpiti dalla recente riforma delle pensioni dimostrano chiaramente che il problema non è uscire dal mondo del lavoro, ma entrare nel mondo del lavoro. Quindi no a flessibilità in uscita.

Problema della parametrazione salariale. Un’ora di lavoro precario deve costare di più di un’ora di lavoro stabile: a stessa mansione deve corrispondere stessa retribuzione.

Necessità di rendere meno estensivo il ricorso ai contratti a termine. Per riequilibrare questa distorsione si impone dunque un intervento legislativo che recuperi il carattere di transitorietà ed eccezionalità di tale strumento contrattuale.

Scoraggiare l’utilizzo improprio delle forme più flessibili. No a parole, sì a diritti. Problema delle pensioni, che per i giovani sembra sempre un problema lontano, ma il versamento dei contributi previdenziali è importante! E lo dimostra la recente riforma.

Quando parliamo di lavoro e giovani, parliamo di un rapporto imprescindibile: quello tra qualifiche formative e richieste di specifiche competenze da parte del mercato del lavoro.

Non è perché tutti si studia che tutti si accumula poi una gran professionalità. Ci vuole del tempo per imparare a lavorare.

Dobbiamo ammettere che in tutt’Europa, ma in particolare in Italia l’incontro tra l’uscita dalla formazione e l’entrata nel mercato del lavoro spesso non ha funzionato. Certo ci sono buoni esperimenti come quello di Alma Laurea diretto da Cammelli che illustrano – tra gli altri servizi – quali probabilità ci sono di venire impiegati a determinati lassi temporali dalla laurea, ma progetti come questi non devono essere relegati a siti internet, ma devono entrare tra le competenze del servizio pubblico in maniera molto più capillare e puntuale. La monitorizzazione deve essere continua e non riguardare soltanto le facoltà universitarie, ma anche la formazione superiore. Guardate che il problema è reale e non tocca soltanto le facoltà umanistiche: si pensi a scienze della comunicazione su cui tutti puntavano soltanto alcuni anni fa e nella cui occupabilità post-laurea invece c’è un vero e proprio ristagno; ma anche le facoltà tecnico-scientifiche hanno dei lack da questo punto di vista: ingegneria ambientale, biotecnologie. Laddove magari c’è una grande richiesta di competenza in biotecnologie veterinarie, ma questo un ragazzo che sta finendo le superiori spesso non lo sa ed i dati sono di difficile lettura. Insomma questa ricerca sugli incroci tra domanda e offerta deve essere più puntuale e costante nel tempo.

Poi c’è un problema di “portabilità delle qualifiche” (Direzione generale Educazione dell’Unione Europea così la definisce), ci sono sistemi che spesso non si parlano tra loro all’interno del paese, un esempio è quello dei Centri per l’impiego. L’Italia non si è neppure adeguata alle direttive europee sugli European Qualifications Framework che sono dei quadri relativi all’equipollenza delle qualifiche del sistema formale, non formale e dell’apprendimento permanente. L’esempio è quello dell’operatore sanitario che fatica a portarsi dietro le sue qualifiche pratiche nel caso del sistema formativo formale di carattere universitario, per esempio se e quando vuole diventare infermiere. L’Italia ha un grosso problema di riconoscimento del sapere antecedente.

Per non dire degli stage truffa, laddove invece lo stage dovrebbe essere realmente qualificante e in quel modo si dovrebbe conoscere un ambiente di lavoro, le modalità attraverso cui un mestiere deve essere svolto… Quante volte le nostre Università hanno soprattutto agli ultimi anni dei corsi di “avviamento alla professione”? Quei corsi 1) dovrebbero essere obbligatori in tutti i corsi di laurea, poi naturalmente la professione cambierà volta per volta e 2) non dovrebbero essere sostituiti da corsi seminariali con crediti formativi equivalenti che dell’orientamento al lavoro non hanno nulla… Questi corsi e tirocini universitari funzionano molto bene nelle facoltà tecnico-scientifiche in cui si imparano a conoscere realtà aziendali, mentre funzionano con scarsi risultati in altre facoltà, come quelle umanistiche e sociali. Dobbiamo anche contribuire a favorire stage nelle piccole imprese, non solo nelle grandi imprese. Molte piccole imprese hanno molto lavoro, ma poca manodopera!

Sull’associazione in partecipazione, altro contratto tipico molto rischioso in cui i giovani incappano, la Fornero negli ultimi giorni si è detta disponibile ad una revisione, che dire? La speranza è l’ultima a morire.

venerdì 17 febbraio 2012

Review on the Journal of Human Development and Capabilities

The Journal of Human Development and Capabilities has published my review of "Conceptual evolution and policy developments in lifelong learning" (Jin Yang and Raùl Valdés-Cotera (eds.) 2011) on its first Issue of 2012, pp. 159-161).

The current issue of the Journal, published jointly by the United Nations Development Program and the Human Development and Capabilities Association, is dedicated to Macroeconomics and Human Development: An Unexplored Domain. The special number is edited by Deepak Nayyar and it hosts articles by scholars among which Joseph Stiglitz and Frances Stewart.

Regarding my humble contribution, I would like to thank David A. Clark (Books Review Editor for the editing and his helpful suggestions).

I copied and pasted here some of my reflections:

Rev. pp. 159-161, Volume 13, Issue 1, February 2012 ISSN 1945-2829
“Conceptual evolution and policy developments in lifelong learning”
Jin Yang and Raùl Valdés-Cotera (eds.) 2011
UNESCO Institute for Lifelong Learning, 268 pp., ISBN 978-92-820-1172-0


The book under review collects 24 papers presented at the Shanghai International Forum on Lifelong Learning (19-21 May 2010). This forum was a parallel session of the Shanghai General Expo, co-organised and with the contribution of the Unesco Institute for Lifelong Learning around Lifelong Learning policies promotion and mainstreaming worldwide.
The 24 papers collected in the book document the rich debates and the stimulating discussions of the Forum. Papers are grouped into five thematic categories: (i) conceptual evolutions of lifelong learning; (ii) policy developments in promoting lifelong learning; (iii) distance education, new learning media and higher education; (iv) learning cities and lifelong learning; (v) rural and industrial development and lifelong learning. The last section of the book includes the Summary Report of the Forum.
Illustrating the historical as well as the scientific evolution of lifelong learning policies, in their ‘Introduction’ the editors confirm that education should be both universal and lifelong, by creating learning opportunities for all. Already the 2000 Dakar Conference recognised explicitly that education is central to individual empowerment, and to foster individual capabilities and rights, to eradicate poverty at the household and community level, and to broaden social and economic development (p. viii). The development of competencies and capabilities characterises all human activities and is not necessarily related to the formal learning context. Rather, learning in daily life could represent the result of a competencies elaboration that comes to life at work, in leisure and in other environments such as volunteering activities and civil service projects.
This experiential learning should be recognised by frameworks of recognition, validation and accreditation of prior learning. The need for sustainable socio-economic development in the context of the current global financial downturn and the threat of climate change has created a renewed urgency for quality learning opportunities for all, in particular for marginalised groups who have the least access to resources. [...]
In his essay in Part 1, ‘Evolution of and Perspectives on Lifelong Learning’, Adama Ouane, the former Director of UIL, traces the roots of the lifelong learning concept, dating it back to the publication of the Faure Report Learning to be (UNESCO, Paris, 1972), which followed the cultural as well as social crisis of 1968. He argues for an updating of the Delors Report Learning: the Treasure Within (UNESCO, Paris, 1996) by ushering a new era of humanism and lifelong learning. Indeed, he says, ‘as the key of unearthing, strengthening and promoting cross-cultural values and understading, lifelong learning is the New Humanism’ (p. 38).
Perspective concerning policy developments in promoting lifelong learning are offered, with a comprehensive overview looking especially at the geopolitical context of China (p. 61), the USA (pp. 70 and 169), Canada (p. 77), the European Union (p. 98), Thailand (p. 110), South Africa (p. 114), Benin (p. 120), Tanzania (p. 131), Mexico (p. 145) and the Philippines (p. 154).
Two noteworthy contributions in Sections III and IV that embrace innovative policy solutions cover the development of lifelong learning systems in the era of the knowledge society and knowledge cities. In particular, Kang Ning’s work ‘The New Paradigm of Lifelong Learning and the Construction of a New Learning Media Market’ (Esaay 17) describes the strong association between lifelong learning and the new media as well as claims for a network system to support universal lifelong learning for the new media generation (pp. 192-198). Moreover, in the ‘Introduction to Building a Learning City’ (Essay 19), Han SoongHee supports learning cities as the key step in putting the idea of the learning csociety into place. The essay describes – with informative tables and precise graphs – the experience of developing learning cities and regions in the Republic of Korea during the last decade. [...]
This publication makes an important contribution to ongoing processes in the international community that aim to promote lifelong learning by deepening our understanding of the concept itself and inspiring policy reform. A particularly noteworthy feature of this book is the emphasis on how the accent in education should pass from teaching to learning, with less prominence placed on knowledge conveying instruction and more weight assigned to learning for personal development and for enriching creative potential. The book constitutes an up-to-date global perspective on lifelong learning policies and educational recognition policy reform. The volume is likely to be of interest to practitioners, policy-makers, advocates and scholars as a contribution to debates on crucial issues facing education today.

MATTIA BAGLIERI © 2012
Mattia Baglieri is with the Department of Politics, Institutions and History, University of Bologna, Italy

giovedì 16 febbraio 2012

Mondo pacifista in apprensione segue gli sviluppi della Riforma della difesa




Dichiarazione di Mattia Baglieri (Cons. Com. Partito Democratico), Casalecchio, Consiglio Comunale giovedì 16 febbraio 2012


Presidente, cari colleghi,

le vicende internazionali sono inscindibilmente legate alle loro ricadute sul territorio e la politica italiani e locali. Da un lato è giusto che nell’ultimo consiglio dei ministri siano state prese in considerazione in maniera dettagliata le spese militari e di difesa che ricadono nei capitoli di bilancio dello Stato italiano come la Tavola della Pace richiede da diversi anni.

Dall’altro lato il mondo pacifista guarda con una certa apprensione ai cambiamenti che stanno intervenendo in Afghanistan con riguardo alla dotazione di bombe sugli aerei Caccia (con l’eccezione dei predator) a maggiore protezione dei militari italiani e dei civili. Il ministro Di Paola ha sostenuto che ciò avviene “senza cambiamento nelle regole di ingaggio” previste dalla missione Unifil, crediamo che una migliore specificazione di questo determinante cambiamento debba essere spiegata agli italiani e all'opinione pubblica.

Con la Rete Italiana per il Disarmo riteniamo anche non sufficiente la Riforma della Difesa preannunciata come “Nuovo Modello di Difesa” alle Commissioni Parlamentari, in quanto essa presenta sforbiciate davvero minimali al budget destinato alle spese militari italiane. Peraltro il riequilibrio dei costi del personale non avrà alcuna decisiva influenza sull’obiettivo pacifista che è quello di ridurre tout court le spese militari. Crediamo che dopo una manovra così pesante come quella denominata “Salva Italia” si dovesse essere ben più incisivi, con una netta riduzione negli acquisti dei famigerati F35 Joint Strike Fighter (115 miliardi di euro al prezzo).

Gli enormi sacrifici richiesti al paese, con tagli a pensioni e stato sociale richiederebbero maggior attenzione anche agli aspetti militari di cui – diciamolo francamente – la maggior parte della popolazione poco si interessa proprio perché sembrano questioni lontane dal campanile domestico. Invece puntare davvero sulla cooperazione internazionale più che sugli investimenti nei sistemi d’arma sarebbe un investimento assieme etico ed economico per tutti.

venerdì 16 dicembre 2011

Non fate vedere i Muppet ai vostri bambini

E' davvero ricco il numero 50 de Gli Altri, forse anche perchè si festeggiano i cinquanta numeri di un giornale che personalmente trovo tra i più liberi e "senza bavaglio" del nostro paese. In particolare, come non condividere l'articolo del Mostro Sacro Cesare Damiano dal titolo "La soglia minima dell'equità" che illustra gli emendamenti del Partito Democratico alla manovra del Governo Monti e le nostre proposte per i decreti attuativi successivi, per coniugare rigore dei conti con giustizia sociale? L'Europa ci chiede obiettivi chiari, il punto è in che direzione vogliamo ottemperare agli obiettivi... C'è un interessante articolo di Lea Menandri che si interroga sulla Seconda manifestazione delle donne Se non ora, quando?, che ha avuto meno successo di quella di febbraio nata dall'esasperazione per l'Italia berlusconiana, e poi c'è un rilevante focus sulla "seconda giovinezza politica" del Presidente Napolitano, di cui certamente non mi sento di condividere tutte le tonalità, ma che giudico comunque un punto di osservazione piuttosto inedito (focus a cura di Sansonetti, Caldarola, Cappozzo).

A pagina 17 mi permetto di segnalare un mio articolo dal titolo "Non fate vedere i Muppet ai vostri bambini" in cui si parte dal paradossale attacco della TV di Rupert Murdoch Fox al film dei Muppet in uscita anche in Italia per attaccare Obama, nell'assenza - ancora - di un unico candidato dell'elefantino repubblicano alle Presidenziali del 2012. Ecco che, giocoforza, scattano le accuse di Communist-connection contro pupazzi, vignette e cartoni animati, accusati di "fare il lavaggio del cervello ai bambini". Sono partito da qui per una piccola inchiesta sui principali cartoni accusati negli ultimi anni di essere destinati a "piccoli Karl Marx" e per esaminare la conseguente controffensiva "capitalista". Tra i cartoon considerati: I Puffi, Zeta la Formica, Happy Feet 2, i Simpson, il Grande Dittapapero, Histeria e gli Animaniacs.

Quindi in edicola! E buona lettura!


Qui pubblico di seguito l'episodio de "Il lavoratore e il parassita" che appare nell'episodio dei Simpson "Krusty Gets Kancelled" (K non casuali, 1993):




Ecco, poi, la denuncia di Nonno Abe Simpson su suo figlio Homer, prima afferma che egli "non è comunista", poi afferma "sarà pure un bugiardo, un maiale, un idiota, un comunista... ma vi assicuro che non è una pornostar!":




Per la Disney, c'è Zeta la Formica, ispirata da Brave New World di Aldous Huxley, per cui Giorgio Celli si arrabbiò moltissimo, denunciandone all'epoca "le connotazioni politiche improprie" quando si ha a che fare con la rappresentazione degli animali. Qui:




Infine, una vera perla, The Ducktators, tradotto in italiano con Il Grande Dittapapero il cartone animato del 1942 utilizzato dalla WarnerBros come propaganda antinazifascista, in cui compare ad una delle sue prime 'uscite pubbliche' Daffy Duck... Eccolo qui:

domenica 13 novembre 2011

La sfida della nuova Storia: equità e giustizia sociale in prima linea



La sfida della nuova Storia: equità e giustizia sociale in prima linea

Intervento di Mattia Baglieri al Convegno “Passione Democratica”, Forlì 13 novembre 2011

Evento importante, questo, per chi non scalcia ed ha a cuore l’unità del Partito Democratico piuttosto che quello spirito correntizio che ha animato questi ultimi mesi.

Il tempo di una nuova Storia. Ieri è stata una giornata storica. Doveva davvero finire e doveva finire al più presto, ma non doveva finire così. Non dovevamo arrivare al tracollo per liberarci di Silvio Berlusconi. Attenzione: non voglio fare lo sciovinista, ma il clima che si respira è di festeggiamenti moderati. In un certo qual modo siamo comunque rammaricati, e per un semplice motivo: dovevamo essere solo noi, solo noi popolo, noi ragazzi, noi donne, noi uomini, partiti, imprese, sindacati, associazioni a mandarlo a casa. Invece noi abbiamo lottato contro questo governo per anni, ma qualcuno ha finito il gioco al nostro posto: la grande finanza internazionale, la speculazione che si è accanita contro l’animale più debole d’Europa grazie al suo debito colossale, l’Europa dei nazionalismi e del direttorio franco-tedesco, un’Europa dell’austerity che contraddice il seme del grande sogno di Rossi e Spinelli: cooperazione economica mai disgiunta da avanzamento nel lessico dei diritti. Dovremmo lavorare tanto, per smettere di dare priorità ai diritti: i diritti economici non dovranno più venire prima di quelli civili e di quelli sociali, C’è sviluppo, c’è crescita se la schiera pacifica dei diritti avanza tutta insieme.
Sul governo di transizione. Questo è il tempo della responsabilità, è tempo di un governo sostenuto dalla più parte dello schieramento partitico. Politica in certi frangenti è responsabilità, arte del compromesso. Ma attenzione, una condizione: governo a tempo. La rappresentanza è un concetto fondamentale in una democrazia parlamentare: il Governo deve essere espressione della maggioranza dei cittadini. Quindi sì alla responsabilità di riforme importanti che diano un po’ di fiato ai mercati, sì ad una nuova legge elettorale (qualunque sarà meglio di quella attuale), sì a provvedimenti per la crescita. Paghi la crisi chi non ha mai pagato. Non paghi chi non ha contribuito a determinarla. I sacrifici siano equamente divisi.
Poi ridiamo la parola agli elettori. Quel giorno, ne sono certo, saremo di nuovo noi al governo del paese. E dobbiamo ricordare quel giorno che amministrare significa comunque avere a che fare con interessi complessi e contrapposti. E sappiamo che oggi la contrapposizione è tanto più aspra, tanto più radicale, in tempi in cui i sofismi della rottamazione si mettono in confronto con le acute tensioni sociali che toccano la nostra comunità, i nostri ragazzi (uno su tre è disoccupato), le nostre donne, le famiglie, le imprese. Quante volte ci tocca allargare le braccia quando visitiamo le piccole e medie imprese e i commercianti dei nostri paesi e delle nostre città? Chi ne parla di un piccolo commerciante che tira giù la saracinesca al negozio?
Sul peso della bilancia dovremo mettere il concetto di giustizia sociale: favorire lo sviluppo delle capacità dei cittadini, la libertà che deriva dall’essere tutti uguali ai blocchi di partenza. Non lasciamoci mai più rubare nottetempo il concetto di libertà che – se declinato responsabilmente – è un concetto di sinistra. Le proposte del PD in questo senso sono molte, da un’ipotesi di patrimonaiel a proposte per la crescita e per il lavoro, per la formazione. Sosteniamole compattamente. Dal punto di vista della politica fiscale abbiamo un faro di orientamento nella Costituzione, che all’articolo 53 indica chiaramente il principio da seguire: le imposte siano pagate progressivamente sulla base della capacità contributiva. È il principio della cooperazione, al posto di quel mors tua vita mea che è tornato all’ordine del giorno con il berlusconismo e di cui ora paghiamo le conseguenze e a livello interno e a livello internazionale.
Un corredo di proposte concrete. Poi avremo il compito di battere l’antipolitica con la politica. Abbiamo il compito di dire che nel Partito Democratico non ci si deve sentire etichettati come appartenenti alla fantomatica “casta” se si ha una tessera in tasca, se si fa politica e se si intende caparbiamente cambiare le cose per il meglio e non arrendersi alle logiche più deleterie della nostra attuale società. L’elettore deve tornare con orgoglio a dirsi democratico! In questo stesso quadro, proprio a noi giovani sta di favorire un circolo virtuoso di partecipazione politica. Se il movimento di Grillo ha avuto così tanti aderenti nella generazione che va dai 25 ai 35 anni è perché la politica nazionale ha categoricamente eliso un’intera fascia generazionale. E oggi quelle persone non sono solo deluse dalla politica, sono deluse dalla società – ed è ben peggio – dai suoi modi di organizzare i rapporti di potere e di produzione.
E per favore una parola finalmente chiara, nell’anno del Cinquantesimo della Marcia della Pace Perugia-Assisi, che vada nel senso della riduzione delle spese militari. Non dobbiamo essere tutti per forza pacifisti, ma senz’altro io credo che per la ridistribuzione dalle spese militari e per la difesa verso le spese riguardanti la cooperazione a livello internazionale ed il welfare (sanità, infrastrutture, politiche educative) da noi siamo tutti d’accordo. Non è possibile che su questi temi ci facciamo tirare per la giacchetta da Vendola. Non dico, badate bene, l’utopico azzeramento degli impegni, dico riduzione. Apriamo il rapporto Sbilanciamoci sugli F35 e diamo un segno in quella direzione!
I giovani e i meno giovani che non scalciano, appassionati davvero al Partito Democratico, unico partito riformista in Italia, ma che dico unico partito riformista, unico partito che contiene la parola nel nome! Noi giovani e meno giovani democratici, dicevo, che non scalciamo abbiamo la possibilità che le nostre proposte siano recepite senza cedere alla “fanfaluche rottamatrici”.

martedì 1 novembre 2011

La doppia responsabilità del giovane amministratore PD: il Governo della città e dell’antipolitica


I Assemblea Giovani Amministratori del Partito Democratico - Federazione di Bologna
2 novembre 2011


La doppia responsabilità del giovane amministratore PD: il Governo della città e dell’antipolitica

Intervento di Mattia Baglieri (Segretario PD di Casalecchio di Reno)

Grazie agli organizzatori per l’invito a quest’importantissima iniziativa. Mi perdonerete se in alcuni passaggi ricalcherò elementi che già si evincono dalle relazioni dei nostri segretari democratici Pier Luigi Bersani e Raffaele Donini, ma quello che sto per dire è anche frutto della riflessione sulla Conferenza Programmatica su cui ci stiamo concentrando in questi giorni e che è l’occasione per mettere in relazione i pensieri su di noi ed i pensieri sull’attualità più contingente per il futuro del paese.

La missione dell’amministrazione è il Governo di interessi complessi e sovente contrapposti. Sappiamo che oggi la contrapposizione è tanto più aspra, tanto più radicale, in tempi in cui i sofismi della rottamazione si mettono in confronto con le acute tensioni sociali che toccano la nostra comunità, i nostri ragazzi (uno su tre è disoccupato…), le nostre donne, le famiglie, le imprese. Non ribadisco quanto credo che un’idea su tutte debba orientare la nostra azione politica: l’idea di sinistra in un programma di unione di tutte le culture di centrosinistra. Il compito del giovane amministratore del Partito Democratico – che secondo quello che dicono i nostri “padri fondatori” già di per sé dovrebbe essere orientato da umiltà, servizio – si presenta oggi tanto più grave e più difficile, perché la responsabilità che abbiamo è doppia: quella di governare il territorio e al contempo quella di governare la tentazione dell’antipolitica che serpeggia tra i giovani e i meno giovani. Se non altro perché la politica nazionale si è dimenticata di almeno una fascia generazionale che va dai 16 ai 35 anni (si vadano a vedere la maggior parte degli attivisti del movimento di Grillo e si vedrà che la maggior parte appartiene alla fascia generazionale di cui parlavo: giovani donne e giovani uomini delusi, oltre che dalla politica, anche dalla società e dal modo che essa ha avuto di operare e produrre quando noi eravamo piccoli e ancor oggi).
Pier Luigi Bersani ha parlato della necessità di un partito unito e al contempo attrezzato a veicolare il proprio messaggio. Ho sentito molti giovani amministratori del Partito Democratico francamente stanchi di vedere che il Partito appare all’esterno come un filo di Penelope in cui quella che Eugenio Scalfari definiva domenica su Repubblica la “fanfaluca rottamatrice” di turno smaglia di notte la debole trama che attivisti, militanti ed amministratori hanno contribuito a costruire durante il giorno. Stando vicino alle famiglie, ai giovani disoccupati, alle imprese, ai negozianti che fanno viepiù fatica a vendere il proprio prodotto e spesso allargando le braccia perché si vede nei fatti che la crisi la sta pagando chi non ha contribuito a crearla.
Abbiamo il compito di battere l’antipolitica con la politica. Abbiamo il compito di dire che nel Partito Democratico non ci si deve sentire etichettati come appartenenti alla fantomatica “casta” se si ha una tessera in tasca, se si fa politica e se si intende caparbiamente cambiare le cose per il meglio e non arrendersi alle logiche peggiori che divorano la nostra attuale società. Questa discussione è ampiamente emersa nelle nostre assemblee di circolo ed unione comunale, relativamente al rapporto tra elettori ed iscritti. L’elettore deve tornare ad essere orgoglioso di contribuire ad unire i puntini che compongono il grande disegno del Partito Democratico.
Il Giovane amministratore, dicevo, ha oggi una doppia responsabilità. Su una mi sono appena soffermato: battere con la politica l’antipolitica. Sull’altra vengo ora: abbiamo il compito dell’amministrazione degli interessi complessi e contrapposti che animano una comunità ed un territorio facendo quello che Alberto Alberani dice sempre, frase che gli aveva consegnato il grande neuropsichiatra Giovanni Bollea: la politica è l’arte del “possibile nel desiderabile”. Il Giovane amministratore, come dice Bersani, non deve scalciare, ma deve capire che sta facendo una grande esperienza di vita e, sì, di lavoro. Sta imparando a governare una comunità. La cosa più complessa del mondo, quando già è complicato governare se stessi. Ecco allora che il giovane amministratore non potrà essere confinato ad occuparsi solo di temi a me tanto cari come le politiche giovanili, la pace, i diritti. Come dice sempre la nostra Presidente Draghetti: “la pace la si costruisce giorno per giorno” e come diceva Vittorio Arrigoni: “Palestina è anche fuori dall’uscio di casa”. Noi abbiamo il compito di spronare perché tutto, dalle politiche ambientali, ai bilanci delle amministrazioni, alla gestione della mobilità urbana, alle infrastrutture, sino alla vacillante tenuta del nostro sistema di welfare siano orientati sulla base di un’idea democratica di politica e di partecipazione. Per questo sono certo che sarà molto utile che un focus dei Giovani Democratici venga dedicato alle contaminazioni di tutto quel corpus che i giovani delle nostre amministrazioni hanno prodotto con i loro sforzi, magari creando un database di buone pratiche su cui andare ad informarsi, a scaricare documenti e ordini del giorno. Personalmente cito un mio piccolissimo esempio, che ho contribuito a determinare nei colloqui con l’amministrazione dell’ente, quando riscrivendo i regolamenti per la Cosap (il canone per l’occupazione di aree pubbliche) ho consigliato di rendere più abbordabile il prezzo della tariffa per i produttori agricoli che vendono direttamente al mercato. Il dialogo in commissione con il responsabile dell’ente della redazione di quest’atto che poi il consiglio comunale avrebbe approvato e discusso e con gli altri consiglieri ha finito per accettare lo spunto che veniva dalla commissione. Sono piccole cose come queste, di controllo e suggerimento, che possono contribuire anche se nel piccolo a dar fiato alla nostra economia, a dare un po’ di fiato ai posti di lavoro, alle vendite, al mangiar sano e al viver bene.
Era un esempio, per dire che noi giovani amministratori già ci occupiamo di tanto, non solo dei temi che di solito vengono identificati con il nostro target generazionale.
Io sono convinto che quest’esperienza di dialogo e confronto tra amministratori di area PD e di giovane età saprà dare tanti frutti. Ricordo come 4-5 anni fa ci provammo nei DS con la Rete dei Giovani Amministratori. Un’esperienza, un bagaglio che personalmente mi porto ancora dietro. Oggi sono lieto che il coordinamento di questa nuova attività parta proprio dalla giovanile del partito. Gli amministratori DS che allora parteciparono a quei seminari ed incontri oggi sono ai vertici della politica delle nostre comunità, da Pieve di Cento a San Pietro in Casale, a Minerbio da Calderara alla giunta di Bologna. I ragazzi che non scalciano hanno la possibilità che le loro proposte siano recepite. Sta a noi cercare strenuamente che le nostre proposte siano poco sterili, molto concrete, eticamente orientate e… diano buoni frutti.

venerdì 21 ottobre 2011

A Casalecchio "Il Comunista che mangiava le farfalle" di Mauro Olivi

IL PD CASALECCHIESE SI CONFRONTA CON LA STORIA DEL PCI: DOMENICA ALLA FESTA DELL’UNITA’ LA PRESENTAZIONE DE “IL COMUNISTA CHE MANGIAVA LE FARFALLE” DI MAURO OLIVI

Domenica 23 OTTOBRE alle ore 18,00 presso la Casa dei Popoli (via Cimarosa 107) di Casalecchio di Reno, nel programma della Festa dell’Unità d’autunno, il Partito Democratico invita la popolazione alla presentazione del libro “Il comunista che mangiava le farfalle” di Mauro Olivi (Pendragon, 2011). Dialogheranno con l’autore Alberto Aitini (Segretario dei Giovani Democratici di Bologna), Mattia Baglieri (Segretario del Partito Democratico di Casalecchio), Sandro Vanelli (Imprenditore e già consigliere delegato del Comune di Casalecchio). Le letture delle pagine più interessanti del libro – che martedì prossimo sarà presentato a Roma in un evento promosso dall’Associazione Ex Parlamentari – saranno affidate a Chiara Casoni (PD Casalecchio) e ad Angelo Caparrini (già assessore nella giunta di Giuseppe Dozza).



Mauro Olivi, 74 anni, ha alle spalle una lunghissima carriera istituzionale e di partito: perito industriale, disegnatore progettista, viene licenziato dalla Sasib per rappresaglia politica nel 1960. Lavorerà poi per la Cooperativa fornaciai, divenendone presidente a trent’anni. Nel 1973 diviene Segretario del PCI bolognese. Già Capogruppo PCI nel consiglio comunale di Bologna, nel 1976 viene eletto alla Camera, dove resterà per tre legislature, occupandosi principalmente di industria, commercio, lavori pubblici e difesa.



Nel suo libro “Il comunista che mangiava le farfalle”, scritto con la collaborazione di Maurizio Garuti, racconta le pagine più emozionanti del PCI negli anni Settanta: dal lancio del progetto Eurocomunista di Enrico Berlinguer, ai “giorni allucinanti” del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, ai dibattiti contro la Guerra in Vietnam.