domenica 12 dicembre 2010

Carlo Rosselli – Socialismo liberale, qualche foglio sparso


Carlo Rosselli – Socialismo liberale, qualche foglio sparso
Certo Rosselli sembra aver scritto ieri…

“Le esperienze del socialismo italiano costituiscono ahimè la più lampante conferma di quanto sopra. I filosofi del materialismo storico lamentano la insufficiente preparazione teoretica e filosofica e la scarsa consequenzialità dei socialisti italiani; e credono di ritrovare in ciò una delle cause della sconfitta. Io oserei lamentare il contrario. Troppa preoccupazione teoretica o pseudoteretica, troppa cura di mettersi in regola coi “canoni” marxistici, troppa paura di mostrarsi empirici, risoluti e pragmatisti. Insopportabile alle volte, soprattutto nei periodi in cui s’imporrebbe l’azione e la rapida decisione, insopportabile quella falsa preoccupazione storicistica che ci viene da Marx e, ancor più che da lui, da tutta la coorte marxista. Si teme sempre di essere antistorici, di uscire dalla grande rotta segnata sulle carte marxiste, di non aderire perfettamente alla fisionomia storica del proprio tempo. Storici quando si tratta di far della cronaca, cronisti quando si tratta di far della storia. Di qui analisi, studi, discussioni, lambiccamenti, per fissare con esattezza chimerica e scolastica lo “stato civile” del proprio tempo, diagnosi e prognosi dei fenomeni cui si assiste. Mentalità professorale, che non ha nulla a che fare con quella degli uomini d’azione che si propongono di attivamente collaborare al processo storico. In Italia la casa comune bruciava, le fiamme degli edifici operai arrossavano il cielo, e gli inquilini – i socialisti – si accapigliavano tra loro per stabilire se quello era proprio un incendio, da quali cause fosse originato, se rientrasse in questa o quella categoria, se fosse stato o meno previsto nei testi sacri, se fosse limitato all’Italia, ecc. ecc."

“Il problema italiano è, essenzialmente, problema di libertà. Ma problema di libertà nel suo significato integrale: cioè di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza, nella sfera individuale; e di organizzazione della libertà nella sfera sociale, cioè nella costruzione dello Stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi, nessuna possibilità di Stato libero. […] La libertà comincia con l’educazione dell’uomo e si conclude con il trionfo di uno Stato di liberi, in parità di diritti e di doveri, in uno Stato in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite alla libertà di tutti. Ora è triste cosa a dirsi, ma non per questo meno vera che in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione della cellula morale base – l’individuo -, è ancora in gran parte da fare. Difetta nei più, per miseria, indifferenza, secolare rinuncia, il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un servaggio di secoli fa sì che l’italiano medio oscilli oggi ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale, la consapevolezza dei limiti propri ed altrui difettano. Gli italiani hanno più spesso l’orgoglio della loro persona, nei suoi valori e rapporti esterni, che della loro personalità. La loro vita intima è ricchissima, ma unilaterale; ricchissima soprattutto nella sfera sentimentale in cui erompe in forme istintive ed esasperate. La pacata riflessione sui massimi problemi della vita, l’abitudine al commercio col proprio foro interno, quel fecondo tormento spirituale che crea lentamente tutto un prodigioso mondo interiore che solo può dare la coscienza di sé come unità distinta e autonoma, mancano nei più. L’educazione cattolica – pagana nel culto e dogmatica nella sostanza – e la lunga serie dei paterni governi hanno esentato per secoli gli italiani dal pensare in persona prima. La miseria ha fatto il resto. Ancor oggi l’italiano medio abbandona la Chiesa la sua autonomia spirituale; ed ora si vede costretto ad abbandonare allo Stato, elevato al rango di fine, anche la sua dignità di uomo, degradato a semplice mezzo. Disposto alla servitù nel dominio sociale e politico. Logica conclusione di un processo di passive rinunzie.
Il dolce far niente degli italiani – leggenda insultante nell’ordine materiale – ha purtroppo qualche fondamento nell’ordine morale. Gli italiani sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e di machiavellismo di basso rango che li induce a contaminare, irridendoli, tutti i valori, e a trasformare in commedia le più cupe tragedie. Abituati a ragionare per intermediari nei grandi problemi della coscienza – un vero appalto spirituale – è naturale che si rassegnino facilmente all’appalto anche nei grandi problemi della vita politica. L’intervento del Deus ex machina, del duce, del domatore – si chiami esso papa, re, Mussolini – risponde sovente ad una loro necessità psicologica. Da questo punto di vista il governo mussoliniano è tutt’altro che rivoluzionario. Si riallaccia alla tradizione e procede sulla linea del minimo sforzo. Il fascismo è, contro tutte le apparenze, il più passivo risultato della storia italiana. Gigantesco rigurgito di secoli e abbietto fenomeno di adattamento e di rinunzia. Mussolini trionfò per la quasi universale diserzione, attraverso una lunga rete di sapienti compromessi. Solo alcune ristrette minoranze di proletari e di intellettuali ebbero l’ardire di affrontarlo con radicale intransigenza sin dagli inizi.
Mussolini fornisce la misura della sua banalità quando considera il problema della autorità e della disciplina come il problema pedagogico essenziale per gli italiani.
Vivaddio, non è questo che occorre insegnare agli italiani! Da secoli si piegarono a tutti i domini e servirono tutti i tiranni. La nostra storia non offre sinora nessuna vera rivoluzione di popolo. In tutte le epoche della sua storia il popolo italiano ha sprigionato dal suo seno punte altissime, solitarie, inaccessibili; minoranze eroiche, ferrei caratteri; ma non ha saputo mai realizzare se stesso. L’Italia fu la grande assente nelle lotte di religione, lievito massimo del liberalismo, atto di nascita dell’uomo moderno. Il cattolicesimo italico, ammorbato dalla corte romana e dalla passiva unanimità, rimase estraneo anche al processo di purificazione che seguì la Riforma. Il cattolicesimo in terra di monopolio non ha nulla a che fare col cattolico in terre di concorrenza.
Per secoli vivemmo, nel mondo della politica, di luce riflessa e stanche e frastagliate ci arrivarono le grandi ondate della vita europea.”

Carlo Rosselli, Socialismo liberale, 1928

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