
Rimettiamo le bandiere della pace ai nostri balconi. È essenziale ora più che mai.
Consiglio Comunale straordinario di martedì 22 marzo 2011
Intervento di Mattia Baglieri (PD – Giovani Amministratori per la Pace)
Grazie Presidente,
Care colleghe, cari colleghi, autorità, pubblico presente
rimettiamo le bandiere della pace ai nostri balconi. È essenziale ora più che mai.
Ho ancora in mente le parole che abbiamo usato come slogan per la Marcia della Pace dell’anno scorso, quelle di Eleanor Roosevelt: “Non basta parlare di pace, uno ci deve credere. E non basta crederci, uno ci deve lavorare”. Quest’anno riscopriremo il messaggio di Aldo Capitini, altrettanto ricco e significativo. Capitini sosteneva che al fine di una società non violenta noi dobbiamo mettere nel piatto intimo e pubblico della Storia il “peso della nostra persuasione”. La persuasione è qualcosa di più di una fede, di una partigianeria, appunto, “di parte”. La fede qualche volta può essere eterodiretta, invece per realizzare una persuasione “uno appunto ci deve credere, ma crederci non basta. Uno ci deve lavorare”. Ecco un filo conduttore con la frase della first lady statunitense.
A nome di tutto il gruppo dei Giovani Amministratori per la Pace, che si sono costituiti sotto l’egida della Tavola della Pace proprio un anno fa, in Febbraio, ad Assisi, durante il Seminario Nazionale della Tavola do il mio benvenuto a Casalecchio di Reno al Presidente Flavio Lotti ed esprimo soddisfazione per questo importante incontro che ci ha tutti arricchiti, essendo scaturito dal dialogo con la Presidente della Provincia di Bologna Beatrice Draghetti (le cui riflessioni sono sempre illuminanti, e lo dico consapevolmente, visto che ho l’onore ed il compito di rappresentare questo Comune nel Tavolo Provinciale per la Pace) e con il Presidente della Consulta degli Stranieri Naoussi Aime (consulta che ravviva la democrazia della nostra comunità). Tra l’altro voglio salutare l’amica Valentina Cuppi, giovane consigliera di Marzabotto, anche lei accorsa oggi a salutare il Presidente Lotti. Voglio infine ringraziare, ultimi ma non ultimi, la Presidente Antonella Micele e l’Assessore Massimo Bosso per avere reso possibile questo incontro ed averlo inserito all’interno del Programma della Settimana della Pace di Casalecchio di Reno, anche con la fattiva collaborazione del centro Amilcar Cabral.
Noi alla Pace crediamo, noi per la pace lavoriamo. È evidente. Lo facciamo con i nostri progetti di cooperazione allo sviluppo locale, messi in piedi da decenni, soprattutto in Tanzania. Lo facciamo in sinergia con le associazioni del nostro territorio e con Percorsi di Pace, l’associazione nata durante le famigerate guerre nei Balcani degli anni Novanta, di cui saluto i rappresentanti che stanno prendendo parte a quest’assemblea. Lo facciamo e lo faremo anche con il Comitato cittadino che ho avuto l’onore di inaugurare una settimana fa e che ci condurrà alla Marcia della Pace nel suo Cinquantesimo Anniversario con un lungo elenco di iniziative locali che ho già consegnato al Presidente Lotti.
Eppure come non notare quella evidente dicotomia tra le azioni di pace a livello locale e le politiche realiste che i Governi (anche quelli cosiddetti democratici, si badi) mettono in campo a livello internazionale? Come non ripetere che se oggi siamo arrivati alla necessità di un’azione che non rispetta il Capitolo VI della Carta di San Francisco dedicato alla risoluzione pacifica delle controversie internazionali contro la Libia è stato perché paghiamo decenni di alleanza nefasta con un despota sanguinario? Non abbiamo tutti, un po’, le mani sporche del sangue che è scorso e di quello a venire? Abbiamo fatto tutto il possibile per rispettare la pace, anche favorendo azioni di cooperazione internazionale sul medio-lungo periodo, oppure abbiamo giudicato l’azione militare l’unico strumento all’insegna dell’antica legge del “a mali estremi estremi rimedi”, uno strumento rapido ma non certo indolore?
Quando passiamo ad analizzare lo spettrale scenario internazionale che si è messo in moto in questi giorni – e il mio pensiero corre al Giappone – siamo sicuri che per quanto riguarda il nucleare in Italia “va presa una pausa di riflessione” come ha sostenuto il Senatore Veronesi? Altro che pausa di riflessione, questa storia va proprio rotta ancor prima di cominciarla! Diciamolo con voce sicura, nucleare civile significa stessa identica tecnologia di nucleare di guerra. Diciamolo con voce sicura: quando il ministro Prestigiacomo parla di nucleare sicuro, afferma una leggerezza su una tragedia! Nel 2011 l’unica sicurezza riguardo al nucleare è che non vi è nessuna sicurezza!
L’Italia che ho celebrato io per i suoi Centocinquant’anni è un’Italia di Pace, un’Italia “listata a Pace” come l’ha definita la mia amica Katia Zattoni, anche lei amica della Tavola della Pace e Assessora a Forlì.
L’altro giorno parlavo con Umberto Conti, già sindaco di Marzabotto. Mi raccontava dei suoi dialoghi ininterrotti con Giuseppe Dossetti. Conti un comunista e Dossetti un costituente democristiano. Un costituente che aveva contribuito a scrivere di suo pugno anche l’articolo 11 in cui c’è scritto che l’Italia “ripudia” la Guerra come strumento di risoluzione delle Controversie. Però Dossetti era contrario all’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico perché vedeva messa in questione la Pace e riproposto un secolare imperialismo realista nelle relazioni internazionali. Giuseppe Dossetti, non un pericoloso bolscevico!
Non mi azzardo a rimettere in questione la storia della scelta “atlantista” dell’Italia, anche perché non oso immaginare se il nostro paese avesse compiuto durante quegli anni una scelta scellerata quale quella del sostegno all’altro blocco durante la Guerra Fredda. Eppure se vogliamo celebrare un’Italia di pace dobbiamo celebrare quella di Capitini, quella di La Pira, quella di Dossetti. Grazie a molti esempi – anche vicini – possiamo ancora farlo. Il Presidente Lotti quale rappresentante della Tavola della Pace è tra questi esempi. E il testimone di questi esempi a mio modesto parere va preso dai miei coetanei, dalle giovani generazioni. Proprio quelle che non devono lasciarsi andare ad un cieco egoismo, al razzismo, alla violenza morale che degenera troppo spesso – e pluralmente – in violenza di fatto.


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